I MIRACOLI

Il miracolo del panino bianco

Gerardo nasce a Muro Lucano (PZ) il 6 Aprile 1726 da Benedetta Cristina Galella, donna di fede che gli trasmette la consapevolezza dell’immenso amore di Dio per le sue creature, e da Domenico Maiella, un sarto laborioso e devoto, di modesta condizione economica. Per i genitori Dio c’è anche per i poveri, la famiglia cresce dunque solida e accetta le difficoltà con gioia. Già dalla prima infanzia è attratto dai luoghi di culto, in particolare la cappella della Vergine a Capodigiano, dove spesso dice di ricevere in dono un panino bianco dal figlio di quella bella Signora. Lo racconta a Brigida, inorridita all’idea che il fratello possa aver rubato quel pane che condivide puntualmente con i familiari. Anni dopo le dirà di aver compreso che quel bambino così generoso era Gesù, non il rampollo di una famiglia benestante, come aveva creduto nell’infanzia.

Il miracolo della prima Eucaristia per mano di San Michele Arcangelo

Il valore simbolico del panino bianco regalatogli diverse volte da Gesù, agevola inconsciamente in Gerardo la comprensione dell’enorme valore del pane liturgico: a poco meno di otto anni è come di consueto in chiesa per la messa domenicale, mano nella mano con la madre mentre ella riceve l’Eucaristia. Il suo spirito brucia dal desiderio di ricevere la Prima Comunione e tenta di farlo, ma il sacerdote lo respinge per via della sua giovane età. La sua delusione dura poco perché – come riferirà estasiato alle sorelle Anna e Brigida – il desiderio è presto esaudito da San Michele Arcangelo che gli appare quella notte ed offre l’agognata Eucaristia.

Il miracolo dell’incendio domato con un segno di croce e una preghiera

La vita di Gerardo è segnata ben presto dalla sofferenza. A dodici anni la morte improvvisa del padre ne fa la fonte principale di sostentamento della famiglia. Diventa apprendista sarto da Martino Pannuto, la cui bottega è un luogo di emarginazione e maltrattamento per la presenza di giovinastri arroganti e discriminanti verso la sua docilità d’animo. Il suo maestro invece ha grande fiducia in lui e nei periodi in cui il lavoro scarseggia lo porta con sé a coltivare i campi. Una sera inavvertitamente Gerardo dà fuoco al pagliaio mentre è lì con un altro bambino, figlio di Martino poco più che infante: è panico generale tranne che per Gerardo che non si perde d’animo e fatto il segno della croce si concentra in una breve e silenziosa preghiera, al termine della quale le fiamme si spengono istantaneamente e prodigiosamente.

Il miracolo delle chiavi

Il 5 Giugno 1740 Monsignor Claudio Albini, Vescovo di Lacedonia, impartisce a Gerardo il sacramento della Confermazione e si offre di assumerlo in servizio presso l’episcopio. Gli amici sconsigliano al ragazzo di accettare, ha meno di quindici anni ed Albini è noto per il rigore e la poca pazienza, ma Gerardo accetta di slancio perché intravede nelle future mortificazioni un flebile mezzo per conformarsi a Cristo Crocifisso, umiliato e deriso per amore. I tre anni trascorsi dal Vescovo rappresentano dunque un periodo felice della sua vita laboriosa: ai sacrifici e rimproveri impartiti dal Monsignore aggiunge pene corporali e digiuni. Un giorno terminate le pulizie nell’appartamento del Vescovo va ad attingere acqua. Mentre maneggia la carrucola gli cadono le chiavi nel pozzo: gli astanti si disperano per la sorte che toccherà al ragazzo quando il prelato lo saprà; lui invece non si scompone, corre verso la chiesa, prende una statuetta di Gesù bambino e ne invoca l’aiuto prima di calarla nel pozzo. Quando l’icona viene issata nuovamente è grondante d’acqua ma stringe in pugno le chiavi perdute. Da allora il pozzo è detto di Gerardiello. Alla morte di Albini, Gerardo lo piange come un amico affettuoso e secondo padre.

Il miracolo dei dialoghi con Gesù nel tabernacolo

Rientrato a Muro Lucano da Santomenna, dove Gerardo sperava di ottenere dallo zio p. Bonaventura un supporto alla sua vocazione Gerardo apre una sartoria e l’anno seguente ne compila di proprio pugno la dichiarazione dei redditi. L’artigiano vive una condizione modesta perché il suo motto è chi ha dia qualcosa e chi non ha prenda lo stesso dunque soddisfatto frugalmente il sostentamento della famiglia dona la maggior parte del suo reddito ai bisognosi che ne affollano la bottega. Ma la sua vocazione è più forte che mai e non perde occasione per partecipare alle attività religiose. È spesso raccolto in adorazione del tabernacolo, dove dialoga con Gesù al quale dà affettuosamente del pazzerello perché è il Dio vivente che ha scelto di essere recluso in quel luogo per amore delle sue creature.

Il miracolo della castità, la calunnia e l’accettazione silenziosa

La vita illibata di Gerardo ventenne è costante oggetto di attenzione dei suoi compaesani che lo esortano a fidanzarsi, viceversa lui non ha fretta e risponde che presto comunicherà il nome della donna della sua vita: lo fa la terza domenica di Maggio quando balza sulla pedana che sfila in processione, infila il suo anello alla Vergine e intimamente si consacra a lei con voto di castità, mentre afferma a gran voce di essersi fidanzato con la Madonna. La sua scelta di purezza verrà attaccata qualche anno dopo dalla calunnia, ad opera di Nerea Caggiano, una monaca spogliata che nel vestire l’abito aveva chiesto aiuto proprio a lui perché sprovvista di dote. Tornata a casa sembra incontrarlo ovunque, sente il peso del presunto rimprovero di quel giovane non ancora prete. Per liberarsene sfrutta una confidenza ricevuta dalla moglie di don Costantino Cappucci, la famiglia benestante che lo ospita quando soggiorna a Lacedonia per evangelizzare. Pare che il giovane sia prodigo di attenzioni per Nicoletta, la cui gravidanza ad opera di un nobile scapestrato che l’ha sedotta e abbandonata, viene tenuta segreta. Nerea scrive ad Alfonso Maria de Liguori, futuro santo, ed accusa Gerardo. Chiamato a Pagani dal fondatore dell’ordine cui appartiene, il ragazzo non si giustifica: ascolta in silenzio i capi di accusa e accetta la punizione gravissima di non poter ricevere l’Eucaristia, oltre che l’isolamento rispetto alla gente. La sua umiltà gli impone la cieca accettazione della volontà di Dio, la stessa volontà che porterà Nerea a vivere il miracolo della conversione del cuore in seguito alla morte prematura della sorellina di cinque anni e al peso del rimorso. Sarà lei stessa a scagionarlo completamente ammettendo la sua colpa in una seconda lettera ad Alfonso: richiamato a Pagani Gerardo ancora una volta ascolterà in silenzio, evitando esternazioni di gioia. Tale contegno offre al fondatore dei Redentoristi indizio della santità del fanciullo, soprattutto quando – richiesta spiegazione sul motivo per il quale non si è discolpato – questi afferma che è stato impedito dalla regola che impone di soffrire in silenzio qualsiasi mortificazione.

Il miracolo della scelta della santità e la punizione corporale in grotta

Nell’Agosto 1748 giungono a Muro i padri della Congregazione del SS. Redentore, fondata da sedici anni da Alfonso Maria de Liguori, futuro santo. Gerardo chiede di essere accolto come novizio ma riceve diversi rifiuti per via del suo aspetto gracile. Il 4 Aprile 1749 è scelto come figurante dell’immagine di Cristo crocifisso nella rappresentazione del Calvario Vivente nel suo paese. Lo fa cercando di offrire alla sua gente rinnovata consapevolezza del sacrificio di Gesù: la madre sviene quando vede il figlio grondante di sangue dal corpo e dal capo trafitto di una corona di spine in una cattedrale silenziosa e attonita. Il 13 Aprile, domenica in Albis, i redentoristi tornano a Muro con un fitto programma di catechesi al quale Gerardo partecipa con fervore. I padri ne respingono ancora una volta la volontà di unirsi a loro e il giorno della partenza consigliano alla madre di rinchiuderlo in camera per evitare che li segua. Il ragazzo lega tra loro le lenzuola e abbandona la stanza lasciando un biglietto profetico alla mamma: vado a farmi santo. Dunque raggiunge di corsa i padri a diversi chilometri di cammino e li convince a metterlo alla prova. Nella lettera inviata al fondatore Alfonso Maria de Liguori, Gerardo viene presentato come un postulante inutile, fragile e di salute cagionevole. Il ventitreenne intanto è inviato alla casa religiosa di Deliceto (FG), dove il 16 luglio 1752 emetterà i voti; in questo luogo fin dal suo arrivo trascorrerà il poco tempo libero pregando e disciplinando il suo spirito con mortificazioni corporali in una grotta sotto il pendio.

Il miracolo della conversione del guardiacaccia e la capacità di scrutare i cuori

Rientrando a Deliceto da Foggia, in località Castelluccio il giovane Gerardo si imbatte nel guardiacaccia del duca di Bovino, che con un colpo di frusta gli rompe una costola, lo fa cadere da cavallo e continua a percuoterlo furiosamente. Il giovane s’inginocchia e lo esorta a continuare perché dice di meritarlo. Quando molto tempo dopo l’uomo ha finalmente sfogato tutta la sua rabbia cieca e ossessiva, forse perché il raccoglimento in preghiera di Gerardo ha fatto breccia nel suo cuore. Si pente e afferma in lacrime di essere stato in procinto di uccidere un santo. Il ragazzo lo consola, si fa aiutare a montare a cavallo e lo porta in convento dove viene confessato e inizia un cammino di rettitudine. Ma il carisma di scrutatore dei cuori conta innumerevoli casi in cui Gerardo agevola la conversione di un’anima. Un peccatore conclamato, dedito a continui atti impuri con diverse donne, viene inviato dal Vescovo a Deliceto. Gerardo gli indica fortemente la strada della conversione. L’uomo pare convinto ma la sua determinazione dura poco. L’anno seguente torna in visita al convento e mente circa la sua rettitudine. Gerardo allora solleva il crocifisso che inizia a grondare sangue e gli dice che quelle piaghe sono causate anche dai suoi peccati. L’uomo scoppia in lacrime, intanto il Cristo in croce è diventato un tenero Gesù bambino tra le braccia del santo in terra. L’uomo è condotto in chiesa per una sincera confessione e non abbandonerà più la retta via. Allo stesso modo un altro dei numerosi episodi è rappresentato dalla vicenda del sarto di Nusco che Gerardo incontra casualmente a S. Agata di Puglia. L’uomo impreca ma il ragazzo rivela di conoscere la disperazione del suo cuore; gli regala i pochi spiccioli che possiede e lo invia al convento per una sincera confessione. L’uomo cambierà completamente vita, soggiornandovi diversi anni in preghiera e nel ruolo di sarto, per poi concludere la sua vita nel ruolo di infermiere presso l’Ospedale degli Incurabili a Napoli.

Il miracolo del comando al demonio in nome della SS. Trinità

Il giovane Gerardo è costantemente in viaggio per predicare il Vangelo e convertire anime a Cristo, questo in conseguenza dello straordinario dono di evangelizzatore che anche il suo superiore p. Carmine Fiocchi accerta in lui. Nel corso di una di queste missioni questi lo convoca a Melfi perché Monsignor Teodoro Basta desidera conoscerlo. Parte immediatamente e lungo il cammino si ferma a salutare il dottore Antonino Di Domenico. L’uomo cerca di dissuaderlo dal traversare a cavallo l’Osento e l’Ofanto, due corsi d’acqua che – visto il maltempo – lo esporrebbero a rischio di morte. Il ragazzo però non sente ragioni: la regola dell’obbedienza gli impone di partire. Superato l’Ofanto in piena, giunge all’Osento che sembra davvero impossibile da attraversare: l’acqua torbida trasporta tronchi di varia dimensione. Il giovane si segna la fronte e affronta vittorioso i flutti tra lo stupore generale. La visita al Vescovo dura poco perché il giovane ha premura di rientrare in missione a Lacedonia. Giunto nuovamente presso le sponde dell’Ofanto gli si para davanti una bestia immonda che per ispirazione divina comprende essere Satana. Si segna la fronte, gli lancia le briglie del cavallo e gli intima in nome della SS. Trinità di condurlo a Lacedonia. Il Demonio esegue l’ordine digrignando i denti e minacciando vendetta. Gerardo giunge al convento inzuppato di pioggia un’ora prima di mezzanotte, al confratello che gli domanda come diavolo ha fatto a giungere fin lì risponde che la sua ironia glielo rende doppiamente simpatico.

Il miracolo del vero tesoro

Gerardo si reca spesso alla chiesa della Consolazione percorrendo a piedi i cinque chilometri di distanza. È Settembre inoltrato. Mentre attraversa il bosco di Deliceto gli si para davanti un peccatore incallito che lo scambia per un negromante e gli chiede di agevolarlo nella ricerca di un tesoro. Il giovane sta al gioco e lo conduce in una parte molto isolata del bosco. Qui – disteso il proprio cappotto al suolo – invita il suo ospite a inginocchiarvisi sopra. L’uomo immagina di stare per assistere a chissà quale prodigio demoniaco e invece Gerardo estrae il crocifisso e inizia una fervida catechesi. L’uomo dapprima cerca giustificazioni di facciata, dandosi importanza autoreferenziale, poi cede alla profondità delle parole del santo che gli spiega che il vero tesoro non è quello materiale e che non è di questa terra. L’uomo vive una sincera e profonda conversione del cuore, ancora in lacrime viene condotto in convento per riconciliarsi con Dio attraverso la confessione e iniziare una nuova vita.

Il miracolo della benedizione di Castelgrande e l’opera taumaturgica

Il dono taumaturgico di Gerardo è ben presto noto tanto ai suoi superiori quanto al popolo. Il ragazzo esorta la gente alla conversione e alla preghiera: non può avvenire guarigione fisica se non c’è già stata quella spirituale. Nell’autunno 1753 l’arciprete di Lacedonia lo invia lì perché la zona è afflitta da una terribile epidemia che non risparmia né giovani né vecchi. La patologia parte da sintomi di inappetenza febbrile e conduce l’organismo a un indebolimento tale da provocarne il decesso. A nulla è valsa l’opera dei medici dell’epoca. Gerardo è consapevole che la sua opera taumaturgica è espressione dell’opera benedetta di Dio. Lui è il semplice strumento di cui si serve l’Altissimo: la sua preghiera accorata, seguita da una benedizione infonde di Spirito Santo le anime e scongiura il rischio di morte imminente. E così salva in extremis centinaia di persone. Tra i tanti c’è Domenico, il fratello del canonico don Antonio Saponiero; un uomo peccatore incallito che bestemmia e allontana i religiosi anche dal letto di morte. Gerardo ne cattura l’attenzione elencandogli fatti personalissimi e segreti della sua vita, poi accesa in lui la miccia della conversione lo benedice e libera dal male. Ma uno degli episodi più eclatanti si svolge a Casagrande, divisa da odio in seguito a fatti di sangue che hanno generato fazioni e faide tra le famiglie dove Gerardo e il confratello Francesco Fiore sono inviati per pregare e benedire il popolo. I due soggiornano da Gaetano Federici, luogotenente del posto, dove durante una catechesi che Gerardo compie mentre cenano, giunge la madre di Caterina Sibilia, ossessa, che bestemmia ed è affetta da convulsioni. Il ragazzo rifiuta l’ipotesi di poter compiere un esorcismo sacramentale perché esso è riservato ai Ministri di Dio autorizzati e lui non lo è; Federici lo esorta a compiere almeno una preghiera di benedizione: Gerardo conviene che perfino un laico può pregare per la guarigione di un infermo anche in casi così estremi, raduna dunque i presenti presso l’indemoniata e in ginocchio al suolo recitano accorati le litanie alla Vergine. Poi la corona del Rosario tocca diverse volte la giovane finché non la libera definitivamente dal maleficio e la restituisce alle braccia della madre.

Il miracolo dell’estasi e degli spuntoni di ferro ritorto a Ripacandida

L’epoca che vive il giovane Gerardo impone una netta distanza tra uomo e donna, ancor più se l’uomo in questione è un aspirante sacerdote. Eppure il futuro santo gode della piena fiducia dei suoi superiori nell’entrare nei conventi di clausura perché sanno che questi considera le suore spose del Maestro e immagine della Beata Vergine, dunque espressione della maternità divina e del connubio con Cristo. Questo il motivo per il quale a Dicembre 1751, esattamente un anno dopo il primo contatto con il convento in questione da parte del fondatore Alfonso de Liguori, viene inviato dalle suore teresiane di Ripacandida. Fin dal primo contatto con la priora suor Maria di Gesù, piissima e di nobile origine, si verificano prodigi. Secondo numerose testimonianze i loro spiriti si infiammano nel discorrere di Gesù e della sua Santa Madre e i due raggiungono una tale estasi da sembrare due serafini. Il culmine giunge quando Gerardo - infiammato d’amore per il suo Redentore - si aggrappa alla grata e ne torce tre spuntoni metallici come se fossero di burro. La priora decide di lasciare quella grata così com’è a testimonianza dell’amore di Gerardo per il Dio incarnato, ed è oggi conservata nel museo Gerardino a Materdomini. Il contatto con le sorelle, degnissime figlie di S. Teresa, è costante nel tempo ed è documentato da una corrispondenza epistolare nella quale il santo chiede costanti preghiere per la propria rettitudine e le supporta con vere e proprie catechesi profetiche rispetto alle proprie difficoltà spirituali.

Il miracolo del mestolo della provvidenza e il Regolamento di vita

Il giovane Gerardo, accusato da Nerea Caggiano di atti impuri con una sua compaesana, dopo aver taciuto ai chiarimenti chiesti il 14 Aprile 1754 dal fondatore dei Redentoristi a Pagani, viene condannato alla segregazione e alla penitenza. Dopo un mese a Ciorani giunge a Caposele, vigilato costantemente da p. Francesco Giovenale che lo invita a scrivere dei suoi propositi e stati d’animo. Il futuro santo si abbandona alla stesura di una sorta di diario, un documento di eccezionale elevazione mistica che sancisce tra l’altro quanto digiuno e penitenza siano necessari a perfezionarsi nell’amore per Dio. Il Regolamento di vita fu composto dunque tra Caposele e la vicina Materdomini in poco meno di venti giorni, periodo al termine del quale fu completamente scagionato dalle accuse. Gerardo torna a Materdomini nel Novembre dello stesso anno: stanco e bisognoso di raccoglimento. Gli vengono invece affidate le chiavi della portineria per l’accoglienza dei bisognosi e dei pellegrini: è volontà di Dio perciò inizia come di consueto un’opera che soverchia il compito assegnatogli, passando incessantemente dalla cucina al giardino, alla sagrestia, e così via; non come colui che comanda ma come un qualsiasi operaio; in perfetto prosieguo dell’atteggiamento tenuto fin dal suo primo ingresso a Deliceto, quando a dispetto della sua salute cagionevole si offriva di sostituire i confratelli sobbarcandosi le fatiche maggiori e più umilianti. A Gennaio 1755 Materdomini è segnata dalla fame: oltre un centinaio di bisognosi bussano alle porte del convento ogni mattina, numero che cresce progressivamente perché gira la voce che Gerardo consola, rifocilla, veste e le sue parole sostengono l’uomo mentre elevano lo spirito. Ben presto il suo atteggiamento desta preoccupazione in cucina: le provviste non sono eterne; lui continua imperterrito perché il pane bisogna darlo a tutti perché è chiesto per amore di Gesù. I confratelli cedono perché prodigiosamente quel mestolo soddisfare tutte le richieste: nonostante la costante crescita dei commensali e la sovente richiesta di porzioni doppie. Ma anche il popolo è consapevole del fenomeno in atto: in tanti conservano parte dell’elemosina ricevuta per sua mano elevandola a reliquia. Ma il santo non cura solo il corpo dei suoi commensali, ogni occasione è buona per svolgere incessante opera a favore degli infermi, soprattutto ammalati nello spirito, come nel caso di una donna – solo apparentemente pia – che riporta ben presto alla retta via.

Il miracolo del sapere teologico infuso dallo Spirito Santo

Gerardo non è colto, né ha ricevuto grossa istruzione diversa dal leggere, scrivere e far di conto quando da bambino mamma Benedetta lo ha mandato a lezione privata dal maestro Donato Spicci: eppure ora che è un giovane uomo anche il più contorto significato teologico trova facile soluzione in lui. I prelati desiderano conversare con lui perché non c’è Mistero Divino che non sappia spiegare con puntualità e conformità al Vangelo; senza considerare il dono della profezia e il monito verso i peccatori per l’apparente conoscenza dell’aldilà sia esso l’antro infernale o il Paradiso. Tra i tanti suoi estimatori il Vescovo di Lacedonia, quello di Melfi, il sacerdote di Caposele, il medico Nicola Santorelli e numerosi altri sapienti ne sono solo un sintetico esempio. Le sue epistole sono catechesi che colpiscono il cuore e lo saldano a Cristo. Nell’aprile del 1754 ne beneficia anche suor Maria Celeste delle figlie di S. Teresa che vive attimi di crisi vocazionale. Il santo le scrive che la tentazione viene dal demonio e si combatte con la fiducia in Dio che non farà mancare il suo aiuto. Detto, fatto: la suora torna al suo personalissimo e evidente cammino di santità.

Il miracolo delle due ditelle che salvano una barca dal naufragio e la cartapesta

Dopo essere stato scagionato dalla calunnia di Nerea, p. Margotta ottiene dal suo Rettore che Gerardo vada con lui a Napoli. Qui il ragazzo apprende rapidamente l’arte della cartapesta, in una bottega di San Biagio dei librai, componendo icone sacre che inducono l’osservatore alla conversione: lui stesso afferma che si sta divertendo con il suo Dio. L’Ecce Homo è tutt’ora conservato nella Chiesa della Consolazione a Deliceto; un crocifisso dai cappuccini di Vietri di Potenza; un altro – realizzato interamente da lui – a Montella e un altro dipinto postumo da un confratello è conservato al Museo di Materdomini. Napoli è testimone di un grande prodigio del santo. Un giorno presso la marina, in un luogo detto la Pietra del Pesce, la gente si accalca e dispera perché sta assistendo al naufragio di una barca. Il ragazzo non indugia oltre, deposto il mantello al suolo si getta tra i flutti. Raggiunta la barca la spinge a riva con docilità, servendosi di due sole dita. Poi scappa via per evitare la folla che acclama accorata al miracolo e resta nel nascondimento fino a sera inoltrata. Qualche tempo dopo lui stesso – rispondendo alla curiosità di p. Cajone – dirà ridendo l’afferrai con due ditelle e la tirai a terra; tra i presenti al dialogo c’è Nicola Santorelli che ironizza supponendo il ragazzo si fosse gettato tra i flutti perché avesse caldo: fu così che Gerardo aggiunse che quel giorno ci sarebbe andato anche per aria.

Il miracolo del vino e gli angeli cuochi

La vita di Gerardo Maiella è segnata da fatti prodigiosi piccoli e grandi. Già dal suo primo ingresso in convento abbraccia la croce dell’obbedienza. Gli viene detto che quando si presenta qualcuno al portone, sia egli pellegrino o bisognoso, non lo si deve far attendere oltre il primo rintocco. È così che un giorno, mentre spilla vino da una botte, sente bussare alla porta e corre ad aprire dimenticando di tapparla. Il suo superiore impreca adirato Vatti a infornare: lui non ne coglie il senso figurato e all’indomani per poco il confratello cuoco non gli dà fuoco. In cantina però, nonostante la botte colma e l’assenza di tappo, non si è versata nemmeno una goccia di vino al suolo. A Melfi consiglia di mettere un’icona della Madonna nella botte il cui aglianico è andato in aceto, alla cosiddetta mamma Vittoria, una vedova imprenditrice, disperata per le sorti di quel vino e scettica circa il rimedio proposto dal ragazzo. Lui incalza dicendo che la Madre Celeste ha salvato anche le Nozze di Cana: è così che l’indomani la donna stupefatta ammette che il vino è diventato migliore di prima. E ancora un giorno si attarda a contemplare Dio dopo aver preso l’Eucaristia, apparentemente incurante del compito di cucinare per l’intero convento. Al confratello che gli rimprovera di aver trovato la cucina chiusa ad ora di pranzo dice di tranquillizzarsi perché deve chiedersi cosa abbiano da fare gli angeli altrimenti: all’apertura della porta si scopre che il suo compito è stato prodigiosamente compiuto da qualcun altro.

Il miracolo del tronco

Ai primi di Agosto del 1755 Gerardo viene inviato a Senerchia per raccogliere fondi per la costituenda chiesa dei redentoristi a Materdomini. L’accoglienza del sacerdote locale è fredda e non a torto considerato che la chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo – distrutta dal terremoto del 1731 – è ancora in ricostruzione a un ventennio di distanza. Gerardo, acceso si amore per Dio, esorta i paesani a seguirlo in montagna a raccogliere tronchi di legna per edificare il nuovo tempio, le sue parole accorate, la fiducia che trasmette nel parlare di carità e comunità ne cattura da subito i cuori. Il suo entusiasmo trionfa sulla loro volontà ancor di più quando – nonostante l’aspetto gracile e malaticcio – lega alle sue spalle una spessa corda alla cui estremità c’è un grosso tronco d’albero che riesce a trascinare da solo fino in paese, tra lo stupore e la commozione generale.

Il miracolo del fazzoletto e la protezione delle gestanti

Gerardo è conteso nelle case nobiliari per la docilità e chiarezza con la quale svela i misteri divini. In una di queste profetizza velatamente il dono di futuro protettore delle gestanti, dunque delle mamme e dei loro bambini. Il futuro santo ha trascorso diverso tempo a Oliveto Citra per sottoporsi a cure mediche, prima di rientrare a Materdomini passa a salutare la famiglia Pirofalo. Nel congedarsi viene inseguita dalla bambina piccola di casa che tenta di restituirgli il fazzoletto che ha dimenticato su una sedia: tienilo, potrebbe servirti un giorno le dice sorridendo con naturalezza. Qualche anno dopo la ragazza rischia di morire di parto, le tornano in mente le parole del santo che solo ora comprende essere profetiche; chiede dunque che le venga portato il fazzoletto che Gerardo le ha donato: prodigiosamente i dolori passano all’istante non appena il tessuto viene steso sul ventre della ragazza. Il parto diventa semplice, veloce e il rischio di morte scompare sia per la madre che per il nascituro. Diffusasi la notizia di quel prodigio il fazzoletto è ridotto in fili e diviso tra la gente che custodirà il prezioso frammento di tessuto come reliquia. Da allora il santo è invocato dalle gestanti per il miglior esito della gravidanza, e il fiocchi colorati che affollano l’omonima sala nel santuario di Materdomini ne è la prova.

Il miracolo del Calvario e morte di un santo

La cosiddetta meravigliosa vita di san Gerardo è nei fatti storici costellata di penitenza e rinuncia, sacrifici spesso incomprensibili a un laico, soprattutto considerando che il ragazzo è di salute estremamente cagionevole. Il suo calvario è in stadio avanzato domenica 31 Agosto 1755, quando fa ritorno in convento a Materdomini. È uno scheletro, il superiore e i confratelli piangono commossi per la sua sorte, lui invece è pervaso da una gioia che non è di questa terra. Gli hanno preparato la stanza più comoda che lui fa trasformare in una sorta di altare per immolare sé stesso a Dio nel sacrificio supremo della malattia: di fronte a sé pone un crocifisso grondante di sangue e sotto di esso l’icona della Madonna con il cuore trafitto da sette affilate spade. Sulla porta una didascalia per chi entra qui si sta facendo la volontà di Dio, come vuole Dio, per quanto tempo piace a Dio. In quella stanza – sempre affollata di pellegrini bisognosi di conforto – si compiono vari prodigi. Ad esempio il sei di Settembre arriva un contadino da S. Andrea di Conza, il santo gli chiede di suonargli qualcosa con il cembalo che il suo medico ha fatto collocare in camera. Il ragazzo obietta che non ha mai suonato ma Gerardo insiste: da quello strumento parte una melodia soave mentre il contadino è stupito perché sente che le sue dita sono mosse da una forza a lui estranea. Altro prodigio avviene con un cesto di albicocche ricevuto in dono. È prossimo alla fine e chiede di mangiarne qualcuna: il medico consapevole che Gerardo non mangia quasi più, dapprima rifiuta perché sono indigeste, poi prevale l’istinto di pietà e per alzare la qualità della morte del suo assistito e gliene porge il cesto. Il ragazzo mangia di gusto, poi si fa portare l’occorrente per scrivere e compone una lettera per Isabella Salvatore che qualche tempo prima l’aveva assistito a Oliveto Citra, profetizzando il desiderio di Dio che la ragazza prenda i voti. È vicini alla fine, desidera andarsene solo, sottraendosi al fastoso dolore dei confratelli. Il 15 ottobre 1755, durante la festa di Santa Teresa d’Avila profetizza la sua imminente dipartita a un amico falegname che è venuto a trovarlo da Muro Lucano. Riferendosi alla convinzione dei religiosi che il decesso è motivo di gioia perché si rinasce in cielo, dice all’amico oggi i miei confratelli fanno festa per Santa Teresa e domani ne faranno un’altra per me. Trascorre la giornata pregando. Nessuno immagina stia per andarsene. Quella notte veglia su di lui solo fratel Saverio D’Auria. Gli appare a un tratto la Madonna con il bambino in braccio, sospira, le raccomanda la sua congregazione. Nella stanza risuonano note di flauto: non si sa se c’è qualcuno all’esterno del convento ma è notte fonda. Ha le labbra arse: esattamente come il Cristo in croce. Ho sete esclama con un filo di voce. Saverio va al pozzo ad attingere l’acqua: quando rientra comprende che Gerardo sta per lasciarli. Tutti i confratelli accorrono, il santo li guarda, stringe il crocifisso e lascia questo mondo quand’è l’una e mezza del mattino di giovedì 16 Ottobre 1755.

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